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The Weddynge of sir Gawen and Dame Ragnell, tardo XV secolo d.C., traduzione di Gabriella Agrati, contenuta in Galvano il primo cavaliere, a cura di Gabriella Agrati, Oscar Mondadori

Dame Ragnell.Gawain
Ascoltate e prestate orecchio alla vita di un grande Lord che, finché visse, non trovò eguale né in villa né in castello. Quest’avventura ebbe luogo al tempo di Artù, il re cortese e leale, e parla di una sua nobilissima impresa.
Dei sovrani della terra Artù era il fiore, dei cavalieri era l’onore e il vanto. Era acclamato ovunque andasse, e solo la cavalleria regnava nella sua terra dove i valorosi erano amati, i codardi tenuti in spregio. Se vorrete darmi ascolto, vi dirò di Re Artù, della sua gloria e del suo travaglio, e di come un giorno cacciò ad Inglewood con i suoi cavalieri coraggiosi e leali. Ascoltate ora il mio racconto!
Il re sedeva nella sua postazione di caccia con l’arco in mano pronto a colpire la selvaggina, e alcuni dei suoi principi gli erano accanto. Ed ecco che si levò in piedi e scorse un cervo che si muoveva verso di lui, grande e bellissimo, dai possenti palchi di corna. Ma mentre lo spiava, l’animale sentì i cani e si immobilizzò nel sottobosco.
“State tutti fermi!” disse il re “Andrò io stesso e, se potrò, lo inseguirò senza farmi accorgere”.
Incoccato l’arco, si acquattò a terra e come un vero uomo dei boschi cominciò ad avvicinarsi furtivo; ma il cervo fuggì impaurito e saltò dentro un altro folto. Allora il re gli andò dietro strisciando e lo inseguì tutto solo per un buon mezzo miglio finché scoccò la freccia e colpì con precisione e sicurezza, una tal grazia gli concesse Iddio!
Gravemente ferito, il cervo incespicò e rotolò nel fitto sottobosco e re Artù, che gli era ormai vicino, come un temibile nemico gli fu subito addosso e gli inflisse il colpo mortale, facendogli mordere la polvere. Mentre si accingeva a squartarlo ecco che, venuto da chissà dove, gli comparve innanzi un singolare forestiero, un cavaliere tutto armato, forte e possente, che gli parlò con tono grave:
“Ben trovato, re Artù! Mi hai fatto un torto per molti anni e ora, per tua sventura, ti ripagherò crudelmente. Hai ormai consumato i giorni della tua vita dal momento che consegnasti ingiustamente le mie terre a Ser Galvano! Cosa puoi dirmi, re, ora che sei qui da solo?”
“Signor cavaliere, ditemi sinceramente il vostro nome, ve ne prego.”
“Signore re” rispose l’altro “è Gromer Somer Joure, te lo dico senza mentire.”
“Ah, Ser Gromer Somer Joure, pensateci bene: uccidermi qui non tornerà certo a vostro onore! Ricordate la vostra condizione di cavaliere. Se mi toglierete la vita mentre sono disarmato, tutti i cavalieri vi eviteranno, ovunque andrete: non potrete più sfuggire all’onta. Trattenete la vostra ira e date ascolto alla ragione. Qualunque sia il torto, prima di andarmene farò ammenda secondo il vostro desiderio.”
“No davvero, per il re del cielo!” rispose Gromer Somer Joure “Sulla mia vita, non mi sfuggirete, ora che ho il sopravvento. Se vi lasciassi andare al prezzo di poche parole di scherno, sareste voi a burlarvi di me in un’altra occasione. Non permetterò che questo accada!”
“Dio mi salvi!” esclamò il re “Risparmiami la vita e ti concederò tutto quello che vuoi. Uccidermi mentre caccio è infame e vile, tu armato e io, per Dio! Solo qui nel verde.”
“Non c’è argomentazione che ti soccorra. Non desidero né oro né terre e per te ho un solo comando: torna a incontrarmi in un giorno stabilito, in questo stesso tuo corredo.”
“D’accordo” rispose il re “ecco la mia mano!”
“Sta bene, re, ma aspetta un momento ed ascolta la mia richiesta: devi giurare sulla mia spada lucente che, quando tornerai, mi dirai cosa le donne amano di più, siano esse di campagna o di città. Ci incontreremo qui di persona in questo stesso giorno alla fine di un anno. E dovrai pure giurare sulla mia buona spada e in nome della croce che non ti farai accompagnare da alcun cavaliere, né amico né avversario. Se non mi porterai la risposta, non dubitare, nonostante tutto il tuo travaglio perderai la testa, senza fallo. Ecco quale sarà il tuo giuramento. Che ne dici ora, re? Facciamola finita, e concludiamo la faccenda!”
“Signore, ve lo concedo. E ora lasciatemi andare. Benché mi sia odioso ve lo prometto da sovrano leale: tornerò al termine dei dodici mesi per portarvi la risposta.”
“Ebbene, re Artù, ora puoi partire. Tengo il tuo destino nelle mie mani, ne son certo. Non conosci appieno la portata della tua sventura. Ma, ancora un momento: non cercare di ingannarmi e tieni celato a tutti il nostro accordo. Nel nome della dolce Maria, se mi tradirai, re, la prima cosa che perderai sarà la vita!”
“Non darti pena per un mio tradimento” rispose Artù “Non accadrà: giammai mi troverai sleale. Preferirei morire. Arrivederci, dunque, signor cavaliere; per mala ventura ci siamo incontrati! Se sarò vivo, ritornerò nel giorno stabilito, dovesse anche essermi fatale.”
Suonò il corno, e ogni cavaliere lo intese e lo riconobbe. Accorsero spediti e trovarono il sovrano accanto al cervo che aveva ucciso; ma lo videro triste e abbattuto e ne furono dispiaciuti.
“Rientriamo” comandò re Artù “ mi è passata la voglia di cacciare.”
Dal suo aspetto, era chiaro a tutti che doveva essersi imbattuto in qualcosa di increscioso, ma nessuno conosceva il motivo della sua pena. Tornarono a Carlisle, ma Artù aveva il cuore pesante come il piombo. In quell’ansia trascorreva le giornate e i suoi cavalieri erano sempre più sconcertati. Finalmente Ser Galvano si rivolse al re con parole franche e piane, e gli disse:
“Sire, con mia afflizione mi chiedevo cosa mai vi rese tanto triste.”
“Te lo dirò, Galvano, nobile cavaliere. Mentre un giorno mi trovavo nella foresta, incontrai un cavaliere armato che mi parlò in un certo modo, impegnandomi a non tradire il nostro colloquio. Devo perciò tenerlo segreto, se non voglio venire meno al giuramento.”
“Non temete, mio signore, per la Vergine gentile. Tradirvi non è certo nel mio potere, in ogni ora del giorno.”
“Sulla Croce, mentre cacciavo tutto solo a Inglewood, come sai, uccisi un cervo grande e forte. Incontrai allora un cavaliere armato che mi disse di chiamarsi Ser Gromer Somer Joure. Per questo nostro incontro sono ora angustiato. Mi minacciò al colmo del furore e io non avevo con me alcuna arma: se non gli avessi parlato nel giusto modo, ora sarei morto. Ahimè. Ho ormai perduto il mio onore!”
“Come è accaduto?” chiese Galvano
“Che altro posso dire? In verità, mi avrebbe ucciso in un batter d’occhio, un’eventualità per me incresciosa. Mi fece giurare che sarei tornato ad incontrarlo di lì a dodici mesi nello stesso stato in cui mi trovavo in quel momento, e io mi impegnai. Gli promisi anche, pena la vita, che in quel giorno gli avrei detto cosa le donne amano al di sopra di tutto e che non avrei rivelato a nessuno questa mia incombenza. Non avevo scelta! Dovrò quindi tornare con nessun altro corredo che quello che indossavo quel giorno: se sbagliassi la risposta, so che sarò ucciso sul posto. Perciò non biasimarmi se sono afflitto: ora sai perché sono intimidito e tremo.”
“Ebbene, sire, riconfortatevi” disse Galvano “ fate subito preparare il cavallo e partite per terre forestiere. Ovunque incontrerete un uomo o una donna, chiedete loro in tutta sincerità se sanno rispondervi. Da parte mia prenderò un’altra strada e interrogherò allo stesso modo uomini e donne: otterrò quante più risposte potrò al quesito postovi dal cavaliere e le trascriverò in un libro”
“Sì, faremo così. È un buon consiglio, Galvano, sulla santa Croce.”
Ser Galvano e il re furono presto pronti, sulla mia parola.
Artù spronò da una parte, Galvano dall’altra, ed entrambi chiesero a ogni uomo e a ogni donna cosa le donne desiderassero più al mondo. Alcuni dissero che prediligevano essere ben vestire, altri che amavano essere corteggiate, altri ancora che volevano un uomo appassionato che sapesse baciarle e amarle quanto più poteva. Per farla breve, chi disse una cosa, chi un’altra.
In questo modo Galvano trascrisse molte risposte e, quando ebbe ottenuto tutte quelle che poteva, tanto da riempire un grosso tomo, fece ritorno a corte. Di lì a poco rientrò anche il sovrano con la propria raccolta. Allora ciascuno sfogliò il libro dell’altro.
E Galvano disse:
“In questo modo non potremo fallire, sire.”
“In nome di Dio, sono tutt’ora impaurito” rispose il re “voglio andare nella foresta di Inglewood ad interrogare qualcun altro. Manca solo un mese al giorno concordato, potrei ancora incappare in qualche buon responso. Per il momento mi sembra il partito migliore.”
“Come volete” disse Galvano “Qualunque cosa facciate, l’accetto di buon cuore. Continuare a cercare è comunque meglio. Non dubitate, sire, riuscirete. Quanto meno, alcune delle risposte vi aiuteranno quando ne avrete bisogno. Altrimenti sarebbe davvero una sventura!”
Re Artù partì l’indomani, penetrò nella foresta e cavalcò là dove lo portava il cammino.
Fu così che incontrò una dama che portava sulle spalle un liuto. Aveva la faccia rossa come una barbabietola, il naso moccioso, la bocca larga, l’occhio prominente e cisposo, la mascella cascante, i denti gialli che si allungavano fin sulle labbra, le guance grosse quanto anche di donna, il collo gonfio e grinzoso, i capelli appiccicati e arruffati. Le spalle, poi, erano larghe una iarda, i seni flaccidi e pesanti quanto un carico di un buon cavallo da soma, e la forma era quella di una botte.
Non c’è lingua al mondo che potrebbe descrivervi fino in fondo la sua sconcezza, ma era brutta quanto bastava da lasciare Artù attonito e stupito.
La dama sedeva tuttavia su un palafreno tutto adorno, dai finimenti tempestati d’oro e di gemme. Era davvero stupefacente vedere una creatura quanto mai laida in sella a una cavalcatura così ricca e bella. Difficile comprenderne la ragione!
Si avvicinò ad Artù e gli parlò in questo modo:
“Dio ti conceda buona ventura, signor re. Sono lieta del nostro incontro. Parla con me, te lo consiglio, prima di scappare via. Bada, la tua vita e la tua morte sono nelle mie mani. Non rimpiangerai queste poche parole!”
“Perché mai? Cosa volete da me, madama?”
“Sire, sarei felice di parlarti e di darti buone notizie. Perché, di tutte le risposte che potrai collezionare, non una sola ti sarà d’aiuto. Tienilo per certo, per il legno della Croce! Credi che non sappia il tuo segreto; ma, ti ammonisco, ne conosco ogni dettaglio. Se non ti aiuto, sei morto. Concedimi perciò una cosa, signor re, e ti salverò la vita. Altrimenti perderai la testa.”
“Cosa intendete, madama? Ditemelo, presto, le vostre parole mi pesano sul cuore. Non credo di aver bisogno di voi. Qual è la vostra richiesta? Perché la mia vita è nelle vostre mani? Fatemelo sapere, e vi concederò quello che chiedete.”
“In verità, non sono un demonio. Devi maritarmi a un cavaliere, il suo nome è Ser Galvano. Se la mia risposta ti salverà la vita, sarà questo il nostro accordo. Altrimenti, non darai corso alla mia richiesta. Se tuttavia ti sottrarrà alla morte, mi concederai Ser Galvano come marito. E ti avverto, signor re: o è così oppure sei morto. Scegli ora, perché tra poco potrai perdere la testa. Parla, presto!”
“Santa Maria!” gridò il re “Non posso prometterti Ser Galvano. La scelta spetta a lui soltanto. Ma, se hai detto la verità e mi salverai la vita, farò quel che posso perché tu sia la sua sposa.”
“Sta bene” disse la dama “Torna dunque a casa e convinci Ser Galvano con le tue parole. Sebbene sia brutta, sono tuttavia piena di vita: per mio tramite, egli può promuovere la tua salvezza o la tua morte.”
“Ahimè, misero!” esclamò il re “che debba spingere Galvano a sposarvi. È troppo generoso e leale per rifiutare, quando avrà saputo delle mie pene. Una donna brutta come voi, non ho mai visto in tutta la mia vita in un qualsiasi angolo della terra. Non so proprio che fare.”
“Non importa che io sia laida, signor re: anche una cornacchia può scegliersi il compagno. Da me non caverai altro. Quando ti presenterai per avere la tua risposta, verrai in questo stesso luogo; altrimenti saprò che sarai perduto!”
“Allora, madama, arrivederci.”
“È ben vero: anche se gli uomini possono pensare che somiglio a un uccellaccio, tuttavia sono una dama.”
“Qual è il vostro nome? Ditemelo, vi prego.”
“Signor re, mi chiamo Dama Ragnell; finora, non vi mento, non ho mai ingannato alcun uomo.”
“Dama Ragnell vi auguro dunque il buongiorno.”
“Signor re, Dio protegga il tuo cammino. Ti incontrerò qui” concluse la Dama.

Si separarono così, con modi cortesi, e il sovrano si affrettò a tornare a Carlisle. Aveva il cuore greve, e chi incontrò per primo se non Ser Galvano, che subito gli chiese:
“Sire, avete riportato qualche buon risultato?”
“In verità, l’esito non poteva essere peggiore” rispose il re “Ahimè, non c’è scampo, dovrò perdere la vita!”
“Non sia mai!” ribatté Galvano “preferirei morire io al vostro posto. Mi date notizie terribili!”
“Galvano, oggi ho incontrato la donna più brutta che abbia mai visto. Ha promesso di salvarmi se ti avessi dato a lei come marito. Per questo sono desolato e il mio cuore è tanto oppresso.”
“Tutto qui?” chiese Galvano “La sposerei una prima e una seconda volta, anche se fosse un demonio e somigliasse a Belzebù. Per la croce, giuro che la sposerò, altrimenti non chiamatemi più vostro amico. Siete il mio signore e legittimo sovrano, mi avete onorato in ogni modo: non esiterò. È mio dovere salvarvi la vita, se non voglio essere sleale verso di voi e il più grande codardo. Inoltre sarà a mio maggior credito.”
“In verità, la incontrai a Inglewood” precisò Artù “Prima di separarci, mi disse di chiamarsi Dama Ragnell; mi disse pure che, senza la sua risposta, tutti i miei sforzi sarebbero stati vani. Tuttavia, se il suo responso non mi avesse salvato la vita, avrebbe rinunciato alla sua pretesa di essere tua sposa. Questo fu il nostro accordo. Se la sua risposta si rivelerà l’unico rimedio, non desisterà affatto dal suo intento!”
“Non affliggetevi” rispose Galvano “La sposerò nel giorno che vorrete. Ve ne prego, non datevene pena. Fosse anche la creatura più mostruosa che si possa immaginare, non mi mancherebbe il coraggio, per amor vostro.”
“Molte grazie Galvano” disse il re “Di tutti i cavalieri che ho conosciuto, sei il più audace. Hai salvato per sempre il mio onore e la mia vita; per questo il mio affetto non verrà mai a mancare, te lo giuro, fintanto che sarò sovrano di questa terra.”
Entro cinque o sei giorni il re sarebbe dovuto partire per riportare il giusto responso, così lasciò la città con Ser Galvano e nessun’altra compagnia. Quando poi furono nella foresta disse:
“Addio, Ser Galvano, devo andare verso occidente. Voi non potete proseguire.”
“Dio protegga il vostro viaggio. Vorrei venire con voi, ché mi duole lasciarvi.”
Il re non percorse che un breve tratto, un miglio o poco più, che incontrò Dama Ragnell.
“Re Artù, sei il benvenuto!” gli disse la dama “So che mi rechi la promessa di Galvano.”
“Ebbene” rispose il re “poiché non vedo altra via, ti prego di darmi il responso che mi risparmierà la vita. Galvano ti sposerà, lo ha promesso per la mia salvezza. Potrai vedere soddisfatto il tuo desiderio, in camera come a letto. Dimmi dunque la risposta al quesito che mi è stato posto. Fa presto, non posso indugiare.”
“Sire, ora saprai ciò che le donne desiderano sopra ogni cosa, siano esse nobili o contadine. Ascolta, non altererò la verità. Alcuni dicono che desideriamo essere belle; alcuni che vogliamo essere libere di trastullarci con uomini diversi, o di trarre piacere a letto, o che desideriamo sposarci più volte. In realtà, voi uomini non capite. Desideriamo ben altro! Dite che noi donne vogliamo essere considerate giovani e fresche, così che con l’adulazione, qualche lusinga e un po’ di astuzia, possiate avere da noi quel che volete. Una risposta arguta, non posso negarlo. Ma ora saprai qual è la cosa che dentro di noi desideriamo sopra ogni altra: avere signoria sopra gli uomini, i nobili e gli umili. Quando abbiamo tale potere, ogni altra cosa è nelle nostre mani, anche se l’uomo dovesse essere il cavaliere più coraggioso e riportasse il premio di ogni torneo. È proprio sui più potenti che vogliamo avere imperio. A questo tendiamo con tutta la nostra sagacia ed abilità. Perciò, signore, va pure a riferire a quel cavaliere quanto ti ho detto, perché è il desiderio supremo di noi donne. Sarà furioso e irritato, e maledirà colei che te lo ha insegnato, perché vedrà vanificato ogni suo sforzo. Và, re, mantieni la promessa: la tua vita sarà ormai salva, te lo assicuro.”
Il sovrano partì e tanto cavalcò per acquitrini, brughiere e pantani, lanciando il cavallo alla massima velocità, che giunse al luogo fissato per l’incontro. Ser Gromer gli si rivolse con sguardo fiero e parole dure.
“Orsù, signore re, fammi sapere quale sarà la tua risposta. Io sono pronto.”
“E io vi dico, signore, eccola. Almeno una di queste deve pure venirmi in soccorso.”
Su quelle parole il re trasse i suoi due tomi, e Ser Gromer scorse da cima a fondo il lungo elenco.
“No, no, signor re” disse poi “sei un uomo morto. Ora scorrerà il tuo sangue.”
“Solo un minuto, Ser Gromer” ribatté Artù “ho un’ulteriore risposta, che assicurerà la mia salvezza.”
“Vediamo” disse Ser Gromer “altrimenti, mi aiuti Iddio, ti garantisco che il tuo compenso sarà la morte.”
“Sta bene” disse il re “in nome di Dio che ci soccorre, vedo e comprendo che in te c’è ben poca cortesia. Ecco la risposta, per quel che vale, a quello che le donne desiderano di più sulla terra, le libere come le serve. Non dico altro se non che, sopra ogni altra cosa vogliono il potere: è questa la loro ambizione e il supremo desiderio. Anelano al predominio sugli uomini più forti e virili; allora sono felici. Questa verità mi hanno detto: vogliono dominare, Gromer, Signore!”
“Possa colei che te lo ha rivelato bruciare sul rogo! È mia sorella, Dama Ragnell, la vecchia megera, Dio la svergogni! Senza di lei, saresti stato nelle mie mani. Ora tutti i miei sforzi sono vanificati. Và pure dove vuoi, re Artù: d’ora innanzi non dovrai più temermi. Per mia sventura ho visto questo giorno. Ormai so che mi sarai nemico e che mai più ti farai acciuffare. Per me è una triste canzone, le cui parole suonano addio per sempre.”
“Di una cosa puoi essere certo” rispose re Artù “Non mi troverai più in questa condizione. Se mai accadrà, meriterò di essere legato e percosso. Porterò sempre su di me l’armatura, lo prometto a Dio! Puoi ben crederlo.”
“Allora và per la tua strada” concluse Ser Gromer.
“Arrivederci” disse re Artù “Sulla mia testa, sono felice del mio successo.”
Voltò il cavallo sulla piana, e, dopo poco, nello stesso luogo desolato, incontrò nuovamente Dama Ragnell.
“Signore re, mi rallegro della tua buona riuscita” gli disse la dama “Tutto è andato come avevo predetto. Ora devi mantenere la promessa. Dal momento che io, e nessun’altra, ti ha salvato la vita, devi far sì che sia la sposa di Galvano, il nobile cavaliere.”
“Signora, l’ho promesso e non verrò meno alla mia parola. Ma, se solo voleste seguire il mio consiglio, vi sposereste in segreto.”
“Giammai, signor re, non cercate di raggirarmi! Voglio essere sposata con pompa e alla luce del sole, o sarà a tua vergogna. Tornatene a corte, io ti seguirò da vicino. Ricorda, ti ho salvato la vita, non devi disputare con me. Altrimenti, ne avresti il biasimo.”
Il sovrano si vergognava di lei, ma la dama continuò a cavalcargli dietro ignorando il suo imbarazzo finché giunsero a Carlisle. Quando poi furono entrati nel castello, si portò al suo fianco, ché per niente al mondo avrebbe cambiato posizione. Artù non ne fu affatto felice. E la corte, che guardava con disgusto, si chiedeva dove mai il sovrano avesse trovato una creatura così laida ed odiosa.
“Re Artù, portami Ser Galvano” disse la dama quando furono entrati nella grande sala. “Convocalo subito innanzi a me, alla presenza di tutti i tuoi cavalieri, così che io possa essere certa della tua promessa. Di fronte alla tua corte riunita ci prometterai in matrimonio, in salute e in malattia. Tale fu il nostro accordo, re, vediamo ora il tuo responso. Conducimi all’istante Ser Galvano, l’amore mio. Non farmi attendere.”
In quel momento si presentò Ser Galvano.
“Sire, sono pronto” disse “terrò fede ai miei impegni, come vi promisi.”
“Dio sia ringraziato!” gridò Dama Ragnell “Per amore vostro, e perché siete così ben disposto, vorrei essere bella.”
Galvano le giurò fedeltà in salute e in malattia, da leale cavaliere qual’era e Dama Ragnell ne fu lieta.
“Ahimè povero Ser Galvano” si lamentò invece la Regina Ginevra.
E lo stesso grido fu ripetuto dalle dame che piansero più di una lacrima per il bel cavaliere.
“Ahimè” fecero eco il sovrano e i suoi cavalieri “che Galvano debba essere maritato a quella strega!”
Perché Dama Ragnell era davvero orribile e sconcia. Aveva due denti, uno per ogni angolo della bocca, due zanne di cinghiale lunghe un buon palmo, una rivolta verso l’alto, l’altra verso il basso; la bocca straordinariamente larga, le labbra cascanti sul mento dal quale spuntavano molti peli grigi; e una grossa gibbosità al posto del collo.
Insomma, era brutta come il peccato, eppure non voleva essere sposata che con pubblico proclama in tutte le contee, in ogni città e in ogni singolo villaggio. Tutte le donne del paese piansero all’annuncio, e furono ancora più afflitte quando giunse il giorno in cui l’odiosa dama doveva essere unita a Ser Galvano. E la regina a supplicare dolcemente Dama Ragnell perché si sposasse almeno di buon mattino, con discrezione.
“Il più segretamente possibile” le chiese.
“Niente affatto!” replicò l’altra “Nel nome del Signore del cielo, non lo farò per niente al mondo. Non sprecate altre parole: voglio essere sposata pubblicamente. Strinsi questo patto con il sovrano e, vi sia chiaro, voglio che sia rispettato. Non mi recherò in chiesa finché non sarà l’ora della messa solenne, poi siederò al banchetto nella grande sala, in mezzo a tutta la corte.”
“D’accordo allora” convenne dama Ginevra “Tuttavia, un matrimonio discreto mi parrebbe più onorevole per voi.”
“In quanto a questo, signora, mi salvi Iddio! Oggi avrò tutti gli onori che desidero, lo dico senza vanto.”
Dama Ragnell si preparò per andare in chiesa, e tutti i nobili si posero al suo fianco. Ebbene, ve lo giuro senza esagerazione: era abbigliata e adornata con più pompa della stessa regina, ché i suoi abiti valevano almeno tremila marchi d’oro sonante. Ma, nonostante tutto lo sfarzo, era di una bruttezza inaudita. Per farla breve, era la donna più ripugnante che si fosse mai vista!

Appena fu maritata, tornarono a corte in tutta fretta e sedettero al banchetto, la megera al posto d’onore. A giudizio unanime, era quanto mai grossolana, volgare e maleducata. Quando venne servita, mangiò per sei commensali lacerando il cibo con le unghie lunghe tre pollici; per questo desinava tutta sola. Sotto gli occhi attoniti dei convitati divorò, per Dio, tre capponi, tre piovanelle e diversi grossi arrosti. Non c’era vivanda che le venisse posta innanzi che l’orrida damigella non ingurgitasse fino all’ultimo boccone. Valletti e cavalieri si auguravano che il diavolo la spolpasse fino alle ossa! Ma la dama continuò a mangiare finché non vi fu più cibo e, tolte le tavole, tutti gli ospiti si furono lavate le mani, come voleva l’uso. E voi dovete sapere che al banchetto era stato servito senza risparmio ogni tipo di carni e di selvaggina, giacché alla corte di Artù non mancava mai nulla di quello che ci si poteva procacciare nei pascoli e nelle foreste. E menestrelli vi convenivano da terre lontane… (Manoscritto mutilo di una pagina. Circa 70 righe)
(Quando il banchetto fu terminato Galvano e Dama Ragnell lasciarono il banchetto per la loro camera)
“Ah Ser Galvano!” disse Dama Ragnell “poiché siamo sposati, mostratemi ora a letto la vostra cortesia. È un diritto che non potete negarmi. In verità, se fossi stata bella, vi sareste comportato diversamente: non avreste indugiato e non vi sareste dato pensiero se eravamo sposati oppure no. Per amore di Artù datemi almeno un bacio. Ve lo chiedo. Fatemi vedere se lo sapete fare.”
“Farò ben di più che baciarvi” rispose Galvano “Ve lo giuro su Dio.”
Così dicendo si voltò verso la sua sposa e vide innanzi a sé la creatura più amabile e bella che avesse mai immaginato.
“Ebbene, qual è ora il vostro volere?” chiese la dama.
“Ah, Gesù!” gridò Galvano “Chi siete?”
“Vostra moglie, signore, come potete ben vedere. Perché siete così sgarbato?”
“Ah, madama, perdonatemi, sono da biasimare. Vi chiedo indulgenza, ma è al di là della mia ragione. Ora siete bellissima, è fuori di dubbio, eppure solo oggi eravate l’essere più brutto che avessi mai visto. Sono ben felice di questo vostro mutamento.”
E, presala tra le braccia, la baciò con grande trasporto.
“Signore” intervenne la dama “potete avermi bella. Ma, Dio vi salvi, dovete operare una scelta, perché la mia bellezza non è costante. Potete avermi bella la notte per voi soltanto, e brutta durante il giorno dinnanzi agli occhi degli altri. Oppure brutta la notte per voi e bella il giorno per tutti quanti. O una cosa o l’altra, dovete decidere. Sceglietene una delle due, signore, quella che preferite.”
“Ahimè, è una scelta ben ardua. Come decidere quel che è meglio? Avervi bella la notte, e non oltre, mi addolorerebbe profondamente, perché perderei il mio onore e ogni rispetto. Avervi bella di giorno e brutta la notte mi priverebbe del mio piacere. Sarei felice di scegliere per il meglio, ma non so cosa potrei dire. Fate dunque come volete voi, mia cara dama. Rimetto la scelta nelle vostre mani. Il mio corpo e i miei beni, il mio cuore e la mia anima e ogni altra parte di me vi appartengono: disponetene a vostro piacere. Lo giuro su Dio!”
“Mille grazie, cortese cavaliere!” gridò la dama “Di tutti i cavalieri della terra siete il più benedetto per l’onore che ora mi rendete. Mi avrete bella di notte e di giorno e luminosa e seducente finché avrò vita. Perciò non affliggetevi più: era tutto opera di un incantesimo che la mia matrigna operò su di me, possa Dio perdonarla. Sarei rimasta soggetta a questa trasformazione finché il migliore cavaliere di questo paese, sposandomi di sua volontà, mi avesse conferito la signoria incondizionata sul suo corpo e sui suoi beni. E infatti sono rimasta deforme finché questo non è accaduto. Perché voi, signor cavaliere, cortese Galvano, mi avete concesso apertamente la sovranità, è fuor di dubbio. Non dovrete mai pentirvene. Siate lieto, e rallegratevi insieme a me, ché ora siamo entrambi liberi da ogni pena.”
Tutti soli, Galvano e la sua bella sposa provarono una gioia smisurata, dilettandosi come era giusto e naturale. E fu reso grazie a Dio e a Maria soccorrevole che avevano liberato la dama dal maleficio. Nella camera trassero l’uno dall’altra ogni piacere, di questo furono grati al Nostro Salvatore. Sono sincero, tra delizie e sospiri rimasero svegli fino all’alba. Ma poi la dama volle alzarsi.
“Non andatevene” disse Galvano “Questa mattina dormiamo fino a tardi e finché ci piace. Sarà il re a chiamarci quando dovremo metterci a tavola.”
“Sia così” rispose la dama.
E così trascorsero il tempo fin oltre a mezzogiorno.
“Signori, muoviamoci!” disse allora il sovrano ai suoi lord “temo che quel demonio possa aver ucciso Ser Galvano. Dobbiamo scoprirlo. Andiamo a vedere cos’è accaduto e se è ancora vivo.”
Si apprestarono tutti alla porta della camera.
“Alzatevi, Ser Galvano” gridò il re “perché dormite così a lungo a letto?”
“Dolce Maria!” esclamò Ser Galvano “In verità, sire, sarei felice se mi lasciaste stare, perché sono pago e contento. Attendete un istante, vi aprirò la porta. Credo che allora mi giudicherete l’uomo più fortunato e saprete perché sono così restio a lasciare il letto.”
Si alzò, prendendo per mano la sposa e andò ad aprire la porta. La dama stava di fronte al fuoco, in camicia, i capelli sciolti lunghi fino alle ginocchia, splendenti come filigrana d’oro.
“Sire, ecco mia moglie, il mio diletto” Galvano disse ad Artù “è Dama Ragnell, che vi salvò la vita.”
Raccontò al re e alla regina come la trasformazione si fosse compiuta e perché la dama un tempo fosse stata tanto brutta.
“Grazie a Dio!” disse la regina “Ero certa, Ser Galvano, che volesse il vostro male; per questo in cuor mio ero triste e afflitta. Ma, come è evidente, vedo qui il contrario.”
Allora ci furono festeggiamenti, giochi e allegria, e ognuno non cessava di ripetere all’altro quanto la sposa fosse bella. Da parte sua il re rivelò come Dama Ragnell gli avesse salvato la testa.
“La mia morte era ormai decretata” disse.
Poi, sulla Croce, raccontò alla regina della caccia nella foresta di Inglewood, di Ser Gromer Somer Joure, e del giuramento che era stato costretto a prestare.
“Altrimenti mi avrebbe ucciso lì sul posto, senza misericordia, ne sono certo” concluse “E questa dama che vedete mi ha sottratto alla morte per amore di Ser Galvano.”
Toccò poi a Ser Galvano svelare come la dama fosse stata trasfigurata dall’incantesimo della matrigna e a Dama Ragnell palesare come Galvano avesse rimesso a lei la scelta, concedendole piena sovranità.
“Dio lo benedica per la sua cortesia” disse “Mi ha salvato da un destino e da una degradazione tristi e vergognosi. Perciò, nobile cavaliere, cortese Galvano, non mi lamenterò né vi provocherò mai, ve lo prometto. Vi sarò sottomessa tutti i giorni della mia vita, e sempre contenta. Lo prometto a Dio, non vi contrarierò mai!”
“Mille grazie, cara dama” rispose Galvano “Sono pienamente soddisfatto, e lo sarò sempre, ne sono certo.”
Poi Galvano si rivolse a tutti i presenti e continuò:
“L’amerò e la venererò per sempre; non le mancherà mai nulla, dal momento che è stata tanto benevola nei miei confronti.”
“È la più bella del castello” proclamò la regina “Per San Giovanni, madama, avete salvato il mio signore Artù! Vi do la mia parola di regina che avrete la mia amicizia perpetua e sincera.”
Dama Ragnell e Galvano ebbero un figlio: fu chiamato Guinglain, e divenne un prode cavaliere, compagno della Tavola Rotonda. A ogni festività in cui si mostrava, Dama Ragnell era sempre la più bella, e Galvano l’adorava. In tutta la sua vita non amò nessun’altra quanto lei e, vi dico in verità, ben volentieri le giaceva accanto la notte come il giorno, trascurando le giostre per questo diletto. E Artù se ne stupiva.
Dama Ragnell supplicò il sovrano in favore di Ser Gromer.
“Anche se vi ha offeso, siate un buon signore, ligio, per mio fratello.”
“Sta bene Signora, per amor vostro. So che da parte sua non farà mai ammenda per la sua malcreanza.”
Per non farla troppo lunga, vi dirò subito la conclusione. La nobile dama visse solo cinque anni con Ser Galvano, che la pianse per tutta la vita, ve lo dico in verità. Non ci fu un solo giorno in cui Dama Ragnell lo rese infelice, e non vi fu dama che gli fosse più cara.
Termina qui la mia storia. Finché fu in vita, a quanto so, fu la dama più bella d’Inghilterra. Questo diceva di lei re Artù.
Così finisce quest’avventura di re Artù, che nei suoi giorni ebbe molte tribolazioni, e così finisce il matrimonio di Ser Galvano. Anche se il buon cavaliere si sposò più volte nel corso della sua vita, stando a quanto ho sentito dire da tutti, nessun’altra fu amata quanto Dama Ragnell.
E vi ricordo che l’avventura ebbe luogo nella foresta di Inglewood, mentre il buon re Artù stava cacciando, come mi hanno detto.
Ora Dio, tu che nascesti a Betlemme, non permettere che le loro anime brucino tra le fiamme dell’inferno. Gesù, nato da una vergine, prima che sia troppo tardi soccorri e libera dalle pene colui che scrisse questa storia. Perché è nelle mani di molti rudi carcerieri, che lo tengono segregato con tormenti crudeli e orribili. Dio, poiché sei il vero sovrano di maestà, trai dal pericolo colui che scrisse questa storia, perché da troppo tempo dura la sua pena. Nella tua grande pietà proteggi il tuo servo: pongo il mio corpo e la mia anima nelle tue mani, perché ho troppo sofferto.
Qui finisce il matrimonio di Ser Galvano e Dama Ragnell, per la salvezza di Re Artù.

 

Inanna e l’albero Huluppu

Antico Inno dedicato alla Dea Inanna.
III sec. a.c
Da: “La Grande Dea. Il viaggio di Inanna Regina dei Mondi” Sylvia Brinton Perera

InannaDumuziSeatedDatePalmInvestiture

I primi giorni, i primissimi giorni,
Le prime notti, le primissime notti,
I primi anni, i primissimi anni,

I primi giorni, quando ogni cosa necessaria fu posta in essere,
I primi giorni, quando ogni cosa necessaria fu debitamente nutrita,
Quando si cosse il pane nei templi di terra,
E si gustò il pane nelle case della terra,
Quando il cielo si fu allontanato dalla terra,
E la terra si fu separata dal cielo,
E fu stabilito il nome dell’uomo;

Quando il Dio del Cielo, An, ebbe ottenuto i cieli,
E il dio dell’Aria, Enlil, ebbe ottenuto la terra,
Quando a Ereshkigal, Regina del Gran Luogo Inferiore, fu dato il mondo sotterraneo per dominio,

Egli fece vela; il Padre fece vela,
Enki, Dio della Saggezza, fece vela verso il mondo sotterraneo.
Piccoli grani di vento gli furono scagliati contro;
Grossi chicchi di grandine gli furono scagliati contro;
Come veloci tartarughe marine,
Colpirono la chiglia del naviglio di Enki.
Come lupi le acque del mare divorarono la prua del suo naviglio;
Come leoni le acque del mare si gettarono sulla poppa del suo naviglio.

A quei tempi un albero, un solo albero, un albero-huluppu*
Fu piantato sulle rive dell’Eufrate.
L’albero fu nutrito dalle acque dell’Eufrate.
Il turbinoso Vento del Sud si levò, ne divelse le radici
E ne sparse i rami,
Finché le acque dell’Eufrate non lo portarono via.

Una donna, i cui passi erano guidati dal timore della parola di An, Dio del Cielo,
I cui passi erano guidati dal timore della parola di Enlil, Dio dell’Aria,
Trasse l’albero dal fiume e parlò:
“Io porterò quest’albero ad Uruk.
Io pianterò quest’albero nel mio giardino sacro”.

Inanna si prese cura dell’albero con le proprie mani.
Premette la terra intorno all’albero con i propri piedi.
Inanna si interrogò:
“Quanto tempo dovrà trascorrere prima che io abbia un trono splendente su cui sedere?
Quanto tempo dovrà trascorrere prima che io abbia un letto splendente su cui giacere?”

Gli anni passarono; cinque anni, poi dieci anni.
L’albero si fece robusto,
Ma la sua corteccia non si fendeva.

Poi un serpente resistente agli incantesimi
Si annidò fra le radici dell’albero-huluppu.
L’uccello-Anzu portò i suoi piccoli sui rami dell’albero.
E la vergine oscura, Lilith, prese dimora nel tronco.
La giovane donna che amava il riso pianse.
Oh, come pianse Inanna!
(E tuttavia non se ne andavano dal suo albero.)

Quando gli uccelli presero a cantare, all’avvento dell’alba,
Il Dio del Sole, Utu, si levò dal regio talamo.
Inanna si rivolse a suo fratello Utu e disse:
“Utu, nei giorni in cui i fati furono decretati,
Quando la Terra traboccò di abbondanza,
Quando il Dio del Cielo prese i cieli e il Dio dell’Aria la terra,
Quando a Ereshkigal fu dato il Gran Luogo Inferiore per dominio,
Il Dio della Saggezza, il Padre Enki, fece vela verso il mondo sotterraneo,
E il mondo sotterraneo si levò contro di lui e lo aggredì…
A quei tempi un albero, un solo albero, un albero-huluppu
Fu piantato sulle rive dell’Eufrate.
Il Vento del Sud ne divelse le radici e ne sparse i rami,
Finché le acque dell’Eufrate non lo portarono via.
Io trassi l’albero dal fiume; lo portai nel mio giardino sacro.
Mi presi cura dell’albero, nell’attesa del mio trono e del mio letto splendente.

Poi un serpente resistente agli incantesimi
Si annidò fra le radici dell’albero,
L’uccello-Anzu portò i suoi piccoli sui rami dell’albero
E la vergine oscura, Lilith, prese dimora nel tronco.
Io piansi.
Oh, come piansi!
(E tuttavia non se ne andavano dal mio albero.)”

Utu, il valoroso guerriero, Utu,
Non volle aiutare sua sorella, Inanna.

Quando gli uccelli presero a cantare, all’avvento della seconda alba,
Inanna si rivolse a suo fratello Gilgamesh e disse:
“Oh Gilgamesh, nei giorni in cui i fati furono decretati,
Quando Sumer traboccò di abbondanza,
Quando il Dio del Cielo ebbe preso i cieli e il Dio dell’Aria la terra,
Quando a Ereshkigal fu dato il Gran Luogo Inferiore per dominio,
Il Dio della Saggezza, il Padre Enki, fece vela verso il mondo sotterraneo,
E il mondo sotterraneo si levò contro di lui e lo aggredì.
A quei tempi un albero, un solo albero, un albero-huluppu
Fu piantato sulle rive dell’Eufrate.
Il Vento del Sud ne divelse le radici e ne sparse i rami,
Finché le acque dell’Eufrate non lo portarono via.
Io trassi l’albero dal fiume; lo portai nel mio giardino sacro.
Mi presi cura dell’albero, nell’attesa del mio trono e del mio letto splendente.

Poi un serpente resistente agli incantesimi
Si annidò fra le radici dell’albero,
L’uccello-Anzu portò i suoi piccoli sui rami dell’albero
E la vergine oscura, Lilith, prese dimora nel tronco.
Io piansi.
Oh, come piansi!
(E tuttavia non se ne andavano dal mio albero.)”
Gilgamesh, il valoroso guerriero, Gilgamesh,
L’eroe di Uruk, non abbandonò Inanna.

Gilgamesh si cinse il petto dell’armatura del peso di cinquanta mine.
Cinquanta mine pesavano per lui quanto cinquanta piume.
Sollevò la scure di bronzo, la scure della strada,
Del peso di sette talenti e sette mine, e se la pose in spalla.
Entrò nel giardino sacro di Inanna.

Gilgamesh colpì il serpente resistente agli incantesimi.
L’uccello-Anzu volò coi suoi piccoli verso le montagne;
E Lilith distrusse la propria dimora e volò verso recessi selvaggi e inabitati.
Gilgamesh quindi liberò le radici dell’albero-huluppu;
E i figli della città, che lo accompagnavano, ne tagliarono i rami.

Nel tronco dell’albero egli scavò un trono per la sua divina sorella.
Nel tronco dell’albero Gilgamesh scavò un letto per Inanna.
Con le radici dell’albero ella formò un pukku per il fratello.
Con la corona dell’albero Inanna formò un mikku per Gilgamesh, l’eroe di Uruk.

Bam!

Rossa e potente
stai nel mio cuore
a gambe divaricate.

Dalla tua vagina
nettare scarlatto
scende nel mio grembo.
Il tuo nettare è il mio nettare,
il tuo mestruo il mio mestruo.
Fluisco nel sangue appassionato.

Sono una grotta nera
dove arde caldo il fuoco rosso della Dea.

dakini

Donne Ragno

Di: Valerie Melissa

Donne Ragno noi siamo
e dai nostri corpi
tessiamo
dalla nostra stessa sostanza
noi tessiamo.

Dai nostri corpi
tessiamo tele di profonda sorellanza
tessiamo tele di guarigione per la nostra Madre Terra
tessiamo tele d’Amore per la Terra che ci nutre e ci dona bellezza.

Dai nostri corpi
tessiamo tele di cura, di rispetto, di forza
tessiamo tele capaci di creare un Mondo nuovo
un nuovo modo per vivere insieme
tessiamo tele di abbondanza e grazia infinita.

Dai nostri corpi
tessiamo realtà in trasparenza
con radici profonde
coi piedi nudi sul terreno
da un corpo a un altro corpo
tessiamo tele di consapevolezza
con fili di antichissimi ricordi e nuovi sogni.

Dai nostri corpi tessiamo
con fili colorati
arazzi di pace, unione e trasmutazione.

Donne Ragno noi siamo
e dai nostri corpi
tessiamo
dalla nostra stessa sostanza
tessiamo.

E non ci diamo mai per vinte.