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Di: Anna Sigismondi

In seguito all’ultima glaciazione, il ghiacciaio Balteo proveniente dal Monte Bianco, arrivò ad estendersi sull’intero Canavese, formando con i detriti che trasportava un baccino morenico.
Con l’aumento delle temperature e lo scioglimento dei ghiacci la leggenda narra che si fosse formato un grande lago, esteso per trenta chilometri.

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Sui territori attorno al lago regnava una regina di nome Ypa ( o Ipa o Ippa), pare che fosse una stega, una druidessa, una sacerdotessa.
Era dispotica, sicura di se e non aveva un marito, anzi cambiava amante con la velocità alla quale cambiano le stagioni.
Aveva una rivale, la regina di Vercelli, che regnava sui territori a sud est, una fertile ed estesa pianura che poteva essere attraversata velocemente a cavallo, di certo su strade più comode dei sentieri che attraversavano le colline attorno al lago…
Ovio che se c’era una cosa che Ypa non sopportava era di essere chiamata ‘la regina senza terre’.
Da sempre sognava di prosciugare quell’enorme lago per poterne ottenere terre coltivabili e c’è chi dice che si sia consultata con alcuni vecchi saggi, altri che abbia ricevuto l’ispirazione dalla Dea, fatto stà che elaborò un piano ingegnoso: avrebbe fatto costruire una diga a Mazzè, dove la collina si faceva più sottile, dopo di che, rompendo l’argine, sarebbe stato facile far defluire lentamente le acque.
I lavori cominciarono ed Ypa mise a sovrintenderli il suo amante di turno, purtroppo dopo qualche tempo lei si stancò di questo ‘capo cantiere’, aveva infatti già messo gli occhi su un altro baldo giovane, solo che fare sparire quello precedente non sarebbe stato così semplice come al solito, vista la relativa fama di cui ormai godeva.
I lavori alla diga erano già a buon punto, di lì a poco sarebbe giunta l’ ora di romprere gli argini, così Ypa pensò che sarebbe stato facile per lei corrompere alcuni degli operai a far crollare gli argini quando ancora il suo amante ed altri operai erano al lavoro.
La furia dell’acqua fu però incontrollabile e le acque del lago non solo travolsero gli operai, compreso l’amante di Ypa, ma anche l’intero abitato dell’antica Mazzè provocando una vera devastazione.
Dopo alcuni giorni, quando le acque furono completamente defluite, la regina fece preparare i suoi cavalli per recarsi a vedere la portata del disastro, si diresse verso la forra che si era formata tra le due colline delle odierne Mazzè e Villareggia e non appena i suoi cavalli videro le acque della Dora Baltea si gettarono giù dal dirupo, trascinandosi dietro il carro con la regina.
Erano stati i suoi stallieri ad assetare per giorni i cavalli e a dare loro da mangiare del sale, per vendicarsi delle tante morti causate.
Si dice che tutt’ora il fantasma della regina Ypa si aggiri per la valle della Dora nella quale è precipitata.

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Fin da piccola questa leggenda ha suscitato in me il fascino dell’eco di un tempo lontano, quello in cui uomini e Dei camminavano insieme sulla terra.
Più propriamente gli elementi che la caratterizzano la fanno risalire al periodo della cultura celtica che visse il suo massimo splendore tra il IV e il III secolo a.C. ma che si protrasse fino all’epoca della conquista romana.
La storia riportataci proprio dai romani ci dà alcuni elementi.
citando lo storico romano Strabone(64 a.C. -21 d.C.) :

” Il paese dei Salassi ha pure delle miniere, di cui un tempo, quando ancora erano potenti, i Salassi erano padroni, cosi come erano padroni dei valichi alpini. Nella produzione mineraria era loro di grande aiuto il fiume Duria per il lavaggio dell’oro; perciò in molti punti, dividendo l’acqua in canaletti, svuotavano la corrente principale. Questo serviva a quelli per la produzione dell’oro, ma danneggiava gli agricoltori che coltivano le pianure sottostanti, privati dell’acqua di irrigazione; il fiume difatti era in grado di irrigare la terra perché la corrente scorreva ad un livello superiore. Per questo motivo vi erano continui conflitti tra le due popolazioni ”
Geografia libro IV
Tant’è che per dirimere le contese venne mandato ufficialmente dal governo di Roma il console Appio Claudio Pulcro, cosa che in pratica fu una scusa per invadere i territori dei Salassi che costituivano la via d’accesso alle Gallie attraverso i valichi della Valle d’Aosta.
Da ciò si deduce che effettivamente esisteva rivalità tra i popoli delle colline e quelli delle pianure e che probabilmente nessun lago, fu mai prosciugato, dato che è stato confermato da rilievi geologici effettuati di recente, che hanno riscontrato che non è mai esistito un grande lago postglaciale.
E’ invece appurato che veniva periodicamente deviato il corso del torrente Viona per sfruttare i depositi auriferi della Bessa di Mongrando oppure alternativamente per l’irrigazione dei campi in pianura.
Un altro giacimento aurifero recentemente scoperto si trovava proprio a Mazzè, ecco che quindi non sarebbe da escludere un possibile intervento per deviare anche il corso della Dora Baltea.
Altro fatto certo è che nel 1986 è stato rinvenuto un monolite di 4,2 m ben sistemato lungo l’argine destro della Dora Baltea in regione Benna, ovvero proprio in corrispondenza della forra tra le colline e della mitica diga della regina Ypa.
Appare chiaro da subito che quello non fosse l’alloggiamento originario del megalite che presenta tracce di una linea di interramento a 40cm circa dalla base, oltre a piccole coppelle appena accennate e alcuni solchi.
Si ipotizza quindi che il megalite fosse infisso sulla collina sovrastante e da lì intenzionalmente abbattuto durante uno dei periodi di lotta della chiesa contro il paganesimo.
Il monolite ritrovato è quindi un’ulteriore prova che questi territori fossero abitati fin da tempi molto antichi.

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Per quanto riguarda Mazzè, il paese dove è ambientata la leggenda, nell’antichità Mattiacus-Mattiacos, una moderna ipotesi sostiene che prenda il nome da una Dea germanica ‘Mattaica’, in quanto dea dei guadi, il suo nome è riportato su un’unica iscrizione in un paese della Germania dell’est, Dianae Mat[ti]acae.
Il significato di questo nome è stato trascritto come ‘orsa delle acque’ e quindi Mattiaca può essere interpretata come una divinità simile alla Dea Artio legata alla regalità, fecondità e protezione oppure in qualità di protettrice dei guadi come affine alla Dea Morrigan signora della morte.
Il nome Ypa o Ipa, mi pare invece innegabilmente assonante con Iporegia meglio conosciuta come Eporedia, l’attuale Ivrea, il più importante centro del territorio salasso, insieme alla mitologica Cordela.
Esaminando l’etimologia del suo nome si può facilmente comprendere il legame che per secoli questo territorio ha avuto con i cavalli.
Eporedia è il nome presente su tutte le iscrizioni latine portate alla luce sia in città sia in Roma.
Plinio lo fa derivare dall’abilità dei suoi abitanti nel maneggio dei cavalli “…eporediae boni equorum domitores (sunt)…”, perché tra i Galli era diffuso l’appellativo di Eporedici per contraddistinguere i più eccellenti domatori di equini.
Secondo l’analisi linguistica, deriverebbe dal gallico ‘Epos’ (latino ‘Equos’) che significa cavallo e da ‘rheda’ (latino ‘raeda’) che era un carro da guerra a due ruote, per cui significherebbe: città dei carri da guerra.
A testimoiare che le usanze non vengono perse facilmente, ancora ai nostri giorni, si tiene la fiera dei cavalli di S. Savino, di importanza nazionale e a luglio, periodo nel quale già in epoca celtica si tenevano le fiere in occasione della festività di Lughnasad.
La parte della leggenda in cui la regina precipita nella Dora insieme ai suoi cavalli contribuisce quindi a legare la sua figura a quella della Dea Epona, dea celtica dei cavalli, il cui culto era diffuso in tutta la Gallia ma anche in Britannia, Jugoslavia, e Nord Africa, anche durante l’epoca imperiale romana.
Nella sua iconografia è rappresentate sempre insieme a dei cavalli, che cavalca all’amazzone, con un puledro che si nutre del latte della madre o una patera che gli offre la dea, con alcuni cavalli che vanno verso di lei.
Protettrice dei viaggiatori sia sulla terra che attraverso l’aldilà, dispensatrice di fertilità e abbondanza ma anche accompagnatrice verso la morte.
Ma anche in questo caso non bisogna dimenticare che anche un’altra dea nella mitologia Irlandese veniva descritta tra le altre cose, come trainata da un cocchio di cavalli magici, sempre la Morrigan.

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L’elemento preponderante all’interno della leggenda è evidentemente l’acqua, l’importanza e la venerazione che i popoli celtici tributavano alle acque in tutte le sue forme si rispecchia in tutte le leggende e le credenze che fanno parte della tradizione di tutti i territori da loro abitati.
I corsi d’acqua, i fiumi, le fonti, i pozzi erano considerati collegamenti, ingressi che conducevano all’ Altro Mondo.
Il guado come zona di confine tra la terra e l’acqua esprimeva ancora meglio il senso di ‘portale verso l’aldilà.
La figura centrale delle leggende sull’acqua era la Dama del Lago, una principessa o una sacerdotessa che custodisce una città o un tesoro tra le acque, probabilmente il ricordo di divinità custodi delle acque che col tempo si sono trasformate in fate o con l’avvento del cristianesimo in streghe e demoni.
Come per tutti gli altri tipi di culto, la venerazione delle fonti d’acqua non è stata facile da estirpare ed in molti casi è stata semplicemente sostituita con l’edificazione di cappelle e santuari spesso dedicati alla Madonna o a S. Anna.
In ogni caso, i temi della principessa e della città sommersa sono diventati veri e propri ‘archetipi della psiche occidentale’ e contengono una simbologia iniziatica.
Molte leggende d’acqua si sono tramandate in varie versioni in tutto il territorio a cultura celtica, la più famosa di tutte è sicuramente la leggenda della città di Ys:
La leggenda narra di Grandlon re della Bretagna che portò nel suo regno da una spedizione a nord una regina di nome Malgwen, essa era una maga bellissima e indomabile che aveva avvelenato il suo primo marito per seguire Grandlon.
Come lui amava navigare per mare e fu durante una loro avvenetura che partorì sua figlia Dahut e poco dopo morì.
Dahut amava più di ogni altra cosa l’oceano, ad esso compiva sacrifici e grazie ad esso manteneva il potere su tutti gli uomini sui quali mettesse gli occhi.
Per potere restare il più possibile vicina al suo elemento preferito Dahut chiese al padre di farle costruire un città, cosa che oviamente lui non potè negarle e fu così nacque la città di Ys dominata dallo splendido palazzo del re e della principessa e prospera grazie ai doni del mare e dei bottini ricavanti dai naufragi delle navi su quelle coste.
Un giorno però Dahut andò a visitare la tomba di S. Gwenolè e lì incontrò un fantasma per il quale provò insieme attrazione e repulsione e interrogando un bardo sul significato di quella visione, lui le disse che un uomo somigliante a quel fantasma la avrebbe portata alla rovina.
Dahut come abbiamo già detto trafiggeva col suo sguardo e seduceva tutti gli uomini che destavano la sua attenzione per poi liberarsene al più presto, finchè venne un giorno in cui si accorse di essere innamorata del suo servo e allo stesso tempo si ricordò dove aveva già visto quel volto, assomigliava al fantasma!
Ciò nonostante più guardava lo schiavo e più si innamorava di lui a dispetto del suo vecchio vero amante: l’oceano, le sue onde allora cominciarono a salire e farsi sempre più impetuose finchè travolsero l’intera città insieme a Dahut e tutta la sua corte.
Un’altra versione più tarda, narra invece che Grandlon dopo aver assistito ad un miracolo di un monaco eremita di nome Corentin, lo proclamò vescovo e gli permise di costruire tutte le chiese e le cappelle che avesse voluto all’interno della sua città.
Dahut, fedele agli antichi culti gli chiese allora di farle costruire una città sul mare dove non ci fossero chiese, per alcuni anni la città prosperò mentre i suoi abitanti continuavano ad adorare gli Dei antichi e a vivere senza peccato, finchè il vescovo cominciò a lamentarsi con Grandlon di tutta quella dissolutezza.
Il re permise la costruzione di una chiesa anche lì, Dahut cercò di ribellarsi ma una sera arrivò un uomo rosso che la sedusse e fece in modo di farsi consegnare le chiavi delle chiuse delle dighe della città, le aprì e Ys venne sommersa rapidamente.
In entrambe le versioni appaiono comunque chiari due punti:
-la nuova religione del Cristo non ammette concorrenza ed è completamente intollerante a qualunque altro culto, fino a farlo scomparire completamente.
-La donna libera, la Grande Regina fa paura agli uomini che non riescono a sopportare la sua indipendenza e la vedono come una ribellione all’autorià patriarcale che va al più presto ridimensionata.
Dahut-Ahes che etimologicamente deriva da ‘strega buona’ era una creatura semi divina e perciò conservava poteri magici cosa che il clero cattolico non potè mai sopportare in una donna e le attribuiva immadiatamente caratteristiche diaboliche, peggio ancora era tollerato che disponesse di libertà sessuale, ecco che quindi interviene sempre un santo o un uomo a punire queste regine.
Un altro tipo di simbolismo che si osserva è quello che fa dell’inabissamento non solo distruzione ma protezione della città ideale e della regina col potere di governarla, ma la possibilità di celarla per conservarla da occhi che non capirebbero, pronta a riemergere non appena i tempi saranno di nuovo maturi per accoglierla.

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Affine per collocazione e significato è la leggenda della cuffia di Mamma Goz, un anfiteatro di granito rosa che si dice sia il diadema della Dea Madre e lì vicino si trova la baia di Landrellec con l’isola di Aval (straordinariamente assonante con Avalon) dove si racconta che Morgana (=Morrigan e ‘nata dal mare’) custodisca il corpo di Artù.
Sull’isola si trova anche una cappella dedicata a S. Marco probabilmente l’ex Dio Marc’h dalle orecchie di cavallo, conduttore dei morti verso Avalon.
Ecco che anche qui si ritrova il tema del cavallo, ricorrente anche nella leggenda di Ypa.
Un altro esempio di donne ed acqua nella leggenda è rappresentato dalle damigelle dei pozzi del Graal, questo tipo di racconti è antecedente al classico ciclo arturiano di Chretien de Troyes ed è contenuto in un testo chiamato Elucidation.
Narrano di pozzi custoditi da fanciulle bellissime che ristoravano i viandanti di passaggio che avessero chiesto loro aiuto, finchè un giorno il re che avrebbe dovuto difendere le fanciulle, non si acontentò del cibo e ne violentò una causando il disseccamento del pozzo e l’impoverimento di quei territori.
Come si può ben immaginare questi racconti nascondono tantissime simbologie, le fanciulle dispensatrici di nutrimento ed abbondanza, come i pozzi contenenti l’acqua rappresentano l’essenza stessa della terra e della Dea che viene donata agli uomini meritevoli come segno di legittimazione e come unica via per l’illuminazione (il graal).
Il re che vìola la fanciulla, la Dea, la terra stessa, invece di difenderla oltre a provocare la sua rovina , provoca il rapido declino di tutta il regno.

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Anche in questo caso l’elemento che sta alla base di tutto e rappresenta la fertilità, ma anche ciò che è nascosto, non manifesto e quindi parte dell’inconscio è l’acqua che stà in fondo al pozzo.
Un’altra figura fondamentale della mitologia del ciclo arturiano è la Dama del lago che conferisce ad Artù la regalità per mezzo della spada per poi sprofondare nuovamente nelle acque che circondavano l’isola di Avalon che anch’essa venne nascosta dalle nebbie.
La simbologia, la letteratura e le leggende legate all’acqua sono un argomento vastissimo, è il caso di dire, quanto l’oceano.
Tuttavia si possono trovare alcuni punti fondamentali: quando si parla di acqua che sia sotto forma di fonti, pozzi, laghi o onde del mare si trova sempre in associazione una figura femminile, essa infatti è da sempre un simbolo di fertilità dell’umidità femminile della madre che ci genera o che ci permette di tornare alla sua fonte per rigenerarci.
Le acque sono il luogo in cui si pensa che abbia avuto origine la vita stessa, se sono limpide simboleggiano la libertà nell’espressione della creatività, quando al contrario sono inquinate o prosciugate, sono sintomo di un blocco dell’energia femminile vitale e creativa.
L’acqua e la donna a loro volta sono da sempre legate alla luna, simbolo di costante trasformazione con il suo crescere e calare.
E’ quindi l’archetipo di ciò che dà la vita, ma è facile immaginere come possa anche costituire una minaccia e quindi un evento catastrofico che semina morte.
Le acque come è noto anche alla psicologia Junghiana rappresentano l’inconscio, perchè sono ciò che sommerge e cela alla superficie ma allo stesso tempo ben conserva in profondità.
Per quanto riguarda la psicanalisi, Carl G. Jung afferma:”.. L’acqua è il simbolo più corrente dell’inconscio…Psicologicamente, quindi, l’acqua significa: spirito divenuto inconscio… Chi guarda nello specchio dell’acqua vede per prima cosa, è vero, la propria immagine. Chi va verso sé stesso rischia l’incontro con sé stesso. Lo specchio non lusinga; mostra fedelmente ciò che in esso riflette, e cioè il volto che non esponiamo mai al mondo perché lo veliamo per mezzo della Persona, la maschera dell’attore. Ma dietro la maschera c’è lo specchio da cui il vero volto traspare. E’ questa la prima prova di coraggio da affrontare sulla via interiore, una prova che basta a far desistere, spaventata, la maggior parte degli uomini. L’incontro con sé stessi è infatti una delle esperienze più sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo che ci circonda.
Sempre Jung afferma “…Le acque nere della morte sono acque di vita, la morte con il suo freddo amplesso è il grembo materno, come il mare che pur inghiottendo il sole, lo ridà alla luce traendolo dal suo grembo materno. La vita non conosce morte…La proiezione dell’imago sull’acqua conferisce a quest’ultima una serie di qualità luminose o magiche, peculiari della madre. Il simbolismo dell’acqua battesimale della Chiesa ne è un buon esempio. Nei sogni e nelle fantasie il mare, o una qualsiasi vasta distesa d’acqua, significa inconscio. L’aspetto materno dell’acqua coincide con la natura dell’inconscio, in quanto quest’ultimo (specialmente nell’uomo) può essere considerato madre o matrice della coscienza. In tal modo l’inconscio, quando interpretato in riferimento al soggetto, ha al pari dell’acqua significato materno…”.

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Ypa, Dahut, Morgana, le fanciulle del Graal, fanno tutte parte del mito della ‘femme engloutie’ o fanciulla sommersa.
Sono donne indipendenti, padrone di decidere della propria vita e soprattutto di scegliere gli uomini che desiderano.
Una situazione che genera inevitabilmente il timore che queste donne e di conseguenza anche le altre, possano ribellarsi all’autorità patriarcale, nel caso di Dahut, in modo esplicito, ribellandosi alla volontà dal padre, nel caso di Ypa, uccidendo l’amante del quale si era stufata. In molte di queste storie troviamo una generalizzata paura maschile di annegare o di venire sommersi dal femminile da cui non si riemerge mai più.
Questa paura del femminile trova eco ad esempio nel timore dei naviganti delle ninfee, ninfe e altre creature sottomarine ed in seguito con l’avvento del cristianesimo, portò alla demonizzazione delle donne, tutte degradate a streghe e alla ricerca di metodi istituzionali per sottometterle, inibirle e controllare il loro potere.
Altro punto comune è la città che viene sommersa a causa della protagonista, tutte le leggende relative all’ inabissamento mostrano contemporaneamente sia il mettere al riparo, sia l’ occultare certi segreti, certe tradizioni e insieme l’arricchimento conseguenza dell’inondazione fecondatrice.
Lo sprofondamento o l’inondazione sono assimilabili ad un tuffo all’interno dell’inconscio, un ritorno al caos causato dalla Morrigan la ‘grande iniziatrice’ che uccide per permettere la rinascita.
Allo stesso modo agisce anche Viviana nei confronti di Merlino, nelle leggende bretoni quando lo imprigiona nella grotta, celandone la conoscenza, ma anche preservandola per un tempo migliore nel quale verrà di nuovo compresa e messa a frutto.

Donne, Dee e acqua sono unite in modo indissolubile da migliaia di anni, nonostante il ‘lavoro’ di detronizzazione delle Dee dell’Europa Antica da parte delle religioni indoeuropee e ancora di più con la loro demonizzazione da parte del cristianesimo.
Perchè le immagini sacre di questi culti antichi non furono mai del tutto eliminati e i simboli della Dea tutt’ora rivivono in altre forme, seppure trasformate nel significato.
Mi fa piacere però constatare che seppure negli anni e nelle varie versioni della leggenda, Ypa sia diventata di volta in volta una strega pazza o una mangiatrice di uomini, nell’immaginario della popolazione canavesana non ha mai assunto una connotazione negativa, viene invece ricordata con affetto in nomi di prodotti locali e iniziative turistiche.
Mi auguro vivamente che nei prossimi anni seguendo il movimento di trasformazione che si percepisce nella società si possa giungere ad una riscoperta o è meglio dire in questo caso, di una ‘riemersione’ del vero significato del principio femminile e alla restituzione della sua sacralità.

Bibliografia: ‘Il Linguaggio della dea’ Marjia Gimbutas, ed. Venexia
‘Ypa Morrigan salassa’ Livio barengo, ed. Keltia
‘La regina senza terre’ Remo Appia’, ed.Cenacolo
‘Il magico, il divino e il favoloso nell religiosità alpina’ Piercarlo Jorio, ed. Priuli e Verlucca
‘Sulle tracce dei salassi’ Massimo Centini, Claudia Bocca, ed. Priuli e Verlucca
‘Tu sei pietra’ Silvano Danesi, il mio libro.it
‘La via druidica II’ Silvano Danesi, il mio libro.it
‘Il vischio e la quercia’ Riccardo Taraglio, ed L’età dell’acquario
‘Il fuoco nella testa’ Tom Cowan, ed. Crisalide
‘Oscure madri splendenti’ Luciana Percovich. Ed Venexia
‘Simboli della Trasformazione’ Carl g. Jung, ed Bollati Boringhieri
‘Gli archetipi e l’inconscio collettivo’ Carl g. Jung, ed Bollati Boringhieri

Siti Internet: http://www.mattiaca.it/

La Grande Dea Dana

Di: Niviane

Inno a Dana (di Niviane):
Splendente Dana, Dea augusta,
nutrice di ogni vita, Terra umida,
Madre degli dei, luce dei sapienti,
Regina dei vittoriosi e degli immortali
da te nacque ogni stirpe, da te fluisce ogni bene
A te, seduta sul trono, alta come le montagne,
obbediscono i fiumi e rispondono i venti.
Ai tuoi figli dispensi il dolce nutrimento,
il tuo ventre è colmo di luce vitale,
dai tuoi seni scorre il limpido latte
che sgorga tra il muschio della dura roccia
e solca sinuoso le tue fertili terre.
Stella del Nord, Dea Bianca,
argentei capelli di rugiada e di brina
mano abile, forte e ispirata
che guida il fabbro e spinge l’aratro,
fiera amazzone sul veloce carro,
respiro di brezza o di tempesta,
voce dei bardi e canto antico
nelle lunghe notti del gelido inverno
accendi i dardi del fuoco dell’alba
e nel tuo amorevole tenero abbraccio
assisti all’oro della stagione feconda.
Venerata Signora, ascolta i tuoi figli
e danza con me la bellezza e la gioia.

Danu-of-the-Celts

La vedi nelle scroscianti e potenti cascate, nei grandi fiumi che incidono la Terra, e nella terra fertile. Lei è in ogni vena sotterranea che trasporta e diffonde la forza nutritiva e vitale, ed è la terra umida e fredda che ai primi raggi del nuovo sole germoglia di vita. La sua voce trapela dall’opera lenta e perfetta dell’artigiano, dai segni dell’aratro tra le zolle, dalla suggestione dei racconti del poeta, da ogni perla di saggezza e conoscenza di cui è costituita l’intera consapevolezza, dal sibilo del vento tra la vegetazione e dal suono dell’acqua limpida e scrosciante.
Lei è la Terra Madre dei popoli da essa nati, accuditi e accolti.
Dana è l’aspetto continentale dell’antica Dea primordiale che nel mare del vuoto cosmico ha tessuto la rete della vita e della creazione. La sua manifestazione materiale è nel firmamento e, nel nostro livello di esistenza terreno, è nella Terra stessa, le cui energie vitali fluiscono tramite fiumi, mare, vento, nebbia, magma, pioggia, luce, calore.

La conosciamo in Irlanda, come madre dei Tuatha De Danann (popolo mitico, dal “Libro delle invasioni”, comunemente tradotto “figli/popolo di Dana”) ma in realtà non vi è traccia di un vero e proprio culto arcaico della Dea Dana in queste terre. Molto probabilmente si tratta di una creazione ad opera di ricostruzionisti d’epoca vittoriana che, basandosi su alcune precedenti definizioni di Keating, la elessero a tale ruolo nel tentativo di dare sia una identificazione matriarcale a tale leggenda che una spiegazione al termine “danann”, fondendo insieme quella che era una probabile Dea indoeuropea con la più locale dea Ana/Anu/Anann, Signora di abbondanza alla quale erano dedicate le Dà chich n’Anann ovvero “i due seni di Ana” (due colline nel Munster). Anu era sorella della dea triplice Morrigan, ovvero, era l’aspetto luminoso di essa. Vi sono altre colline in Irlanda a lei dedicate come dea Aine, o regina dei raccolti e delle fate: ad esempio le Knockaint, nel Kerry, dove il giorno di San Giovanni vanno i contadini a chiedere protezione, guarigione, fertilità, e abbondanza. Questi riferimenti ci riconducono alla dea romana della prosperità, Anna Perenna, o alla Dea indiana Anna Pourna, alla greca madre dispensatrice Demetra (da De-meter, “dea madre”) e, non ultima, la Dea della fertilità, del parto, delle fonti, dei boschi, dei corsi d’acqua, delle sorgenti, e Regina delle Fate che ben conosciamo come Diana. E’ anche Coventina, derivante da “con-DA-te” ovvero “confluenza”, quindi incrocio di fiumi, a cui era dedicato un pozzo sacro nei pressi del Vallo di Adriano, alle cui acque si rivolgevano le partorienti o coloro che necessitavano di guarigione, e allo stesso modo è Sulis (“il sole”) dea delle sorgenti curative, celebrata nel suo tempio a Bath, in Inghilterra, e Domnu, dea madre dei Fomori (popolo leggendario irlandese), Signora della notte e delle profondità fluviali, lacustri e soprattutto marine.
L’origine della dea Dana, nella sua più probabile veste continentale, è proto-indo-europea, è la Madre primordiale euro-asiatica della Terra e dei popoli che ha dato nome a molti grandi fiumi, come il Danubio (“danuvius” in latino), il Don, il Dnieper, e il nepalese Danu, oltre che a molti corsi d’acqua minori in tutto il continente. Tra gli Asura è venerata con il nome di Danava, e citata come dea-spirito dell’acqua nei Rigveda indù con il nome di Danu. La radice linguistica etimologica del nome sembra essere proprio indoeuropea, da “deh-nu” o “danus” diffusa tramite i popoli sarmati, gli sciti e le lingue celtiche. Significa “flusso d’acqua”,”il fiume” o addirittura, come Da-nava “gente del fiume”.  Ne possiamo dedurre che, nonostante queste associazioni con i corsi d’acqua, Dana non è propriamente e specificatamente “il fiume” ma bensì la Terra che governa i flussi delle acque intese come suo latte e nutrimento per i popoli, i campi e la prosperità dei raccolti, per cui la Dea è anche nelle sue stesse acque, nel loro fluire e nei popoli che ne beneficiano.
E’ anche definita Dea iperborea, dato che secondo le dottrine degli storici Greci (Ecateo, Eridano, Pindaro, e altri), c’era una terra leggendaria, chiamata Borea, che si trovava nelle terre a Nord, oltre una catena di montagne da essi definita “Monti Rifei/Ripei” e cinta da Oceano, abitata da un popolo ricco e sapiente. Non si sa bene a quale effettiva catena montuosa si riferissero, e se Oceano fosse addirittura un fiume molto grande che gli scorreva intorno  come una cinta (vi sono riferimenti alle fonti dell’ “Istro” che per i Greci era il Danubio), ma di certo gli abitanti di queste terre, dediti però soprattutto a culti apollinei (ma non dimentichiamo che Apollo era fratello di Diana), erano descritti come stanziati in prossimità di zone d’acqua (cascate, sorgenti, isole) e quindi, presumibilmente anche navigatori. Somiglia effettivamente molto al mito di Atlantide. Tutto ciò non fa che rafforzare la leggenda irlandese che descrive i Tuatha De Danann come un popolo arrivato in Irlanda “da Nord”. Guidati da Re Nuada, viaggiarono su navi tanto veloci che sembravano volare, e che poi essi stessi bruciarono per evitare di ripartire, sviluppando così una grande massa di fumo nero a causa della quale le popolazioni autoctone le scambiarono per navi volanti scese dal cielo su nuvole nere. Essi erano stati precedentemente ad istruirsi presso quattro isole del Nord, e quando sbarcarono in Irlanda portavano con se quattro doni: la Lias Fail o pietra dei re, presa a Falias, la invincibile Lancia di Lugh da Gorias, la Spada di Nuada, da cui nessuno poteva scappare, portata da Findias e il Calderone dell’abbondanza del Dagda preso a Murias. Sembra che il termine danann venga da “dan” che significa “arte” e quindi Tuatha de Danann (tuatha=figli) potrebbe significare anche “figli dell’arte” dato che essi erano fabbri, guerrieri/e, sapienti, coltivatori e re. Nel Lebor Gabala Erenn, o Libro delle Invasioni, una certa Danann, tramite un rapporto incestuoso col padre, ebbe tre figli: Brian, Iuchar e Iucharba, che si dimostrarono talmente illuminati e sapienti che furono definiti “i tre dei di Danann”, e tutto il popolo di cui erano parte fu chiamato Tuatha Dè Danann, dove “dè” etimologicamente può indicare anche “dei”, e quindi “il popolo degli dei di Danann” . Da notare che Brian, Iuchar e Iucharba  furono attribuiti, sempre come figli, anche alla splendente Dea Brigid, anch’essa Signora di fertilità, del latte (uno dei suoi simboli era la mucca), delle acque sacre, della guarigione, della giustizia e dell’ispirazione creativa.
Da tutto ciò, è evidente una certa confusione e che non esistono fonti convincenti capaci di attestare incontestabilmente l’esistenza di una Dea Dana in Irlanda.
Ad ogni modo, date le probabili origini indoeuropee del mito dei Tuatha De Danann, riscontrabili nelle loro qualità e funzioni, e le probabili associazioni con i popoli del Nord Europa continentale,  penso che l’associazione con Dana non sia del tutto sbagliata e la traduzione “Figli di Dana” sia comunque da prendere in considerazione.
In Galles, Dana è conosciuta come Don nella mitologia ereditata tramite manoscritti medioevali e ritrascritta da Lady Charlotte Guest nei Mabinogion. Essa è matriarca della propria famiglia nella quale sono riunite e manifestate tutte le funzioni divine principali. E’ figlia di Math l’Antico, moglie di Beli, madre di Gwydion (scienza e luce), di Arianrhod (luce dell’alba, madre del sole), di Amaethon (l’agricoltore), di Govannon (il fabbro), e infine del capriccioso Gilfaethwy. In Irlanda, le molteplici qualità divine sono espresse dai componenti della discendenza del Re Nuada.
In quanto Madre indoeuropea e quindi di popoli guerrieri (quelli che la Gimbutas chiamava “kurgan”), lei è anche l’amazzone.
A Dana è attribuita la costellazione di Cassiopea, la più vicina al Polo Nord Celeste, confermando così le caratteristiche nordiche di tale divinità.
Secondo Kathy Jones, nel suo “La Dea nell’antica Britannia”, Dana è invece Signora dell’Aria, associata alla civetta e all’aquila, gelido respiro della Dea, che viene con i tempestosi venti del Nord, come la Black Annis, e risalente ai popoli neolitici. E’ anche associata ad Arianrhod, definita “figlia di Don cerchiata d’argento”, e il cerchio è l’aura luminosa della Dea, la sua radiazione vitale verso il mondo, la luce della conoscenza e della saggezza, la Ruota d’Argento. Arianrhod è madre di Llew Llaw Giffes, l’equivalente di Lugh, identificato con il sole estivo che scaccia le forze gelide, caotiche, sterili ed oscure.

Effettivamente, mai come per la Dea Dana dalla storia ormai profondamente velata dietro le nebbie del tempo e delle arbitrarie ricostruzioni ottocentesche, è necessario far appello al proprio intuito e alla propria sensibilità personale. Dopo tutta questa scarsità di informazioni chiare e date le numerose svariate interpretazioni, per riassumere, direi che Dana racchiude in se l’insieme delle qualità femminili delle varie dee europee e insulari. Essa è soprattutto una Dea della Terra umida e fertile, arcaica matriarca del popolo e luce di conoscenza e saggezza, ereditata anche nelle culture dei popoli più patriarcali e dai culti apollinei. E’ il freddo respiro nebbioso del Nord che sale dal terreno nelle gelide mattine d’inverno, è in ogni vena, fonte e corso d’acqua che dissetano e nutrono la terra, è la prosperità della vegetazione e dei raccolti, è Anu-Aine/Brigid/Graine, è la sorgente da cui nasce la luce del mondo, è la sapienza antica e matrice delle stirpi luminose portatrici di conoscenza, è l’abilità creativa, l’amore nel coltivare, la forza di lottare, la saggezza nell’essere guida, l’ispirazione bardica. E’ lo splendore, l’armonia, la sapienza e l’energia calda vitale della natura che risveglia il seme, è il ventre ribollente di brodo primordiale e seni colmi di latte.
La sua festa è a Yule, poiché Dana, come abbiam visto, non è solo una ipotesi divina per spiegare una leggenda irlandese, ma Dea Madre incarnante il sacro femminile arcaico e luminoso che appartiene, seppur con svariati nomi, a tutta la zona europea fino alle più remote terre del Nord e che nel profondo inverno, nell’umidità della grotta oscura, come Modron (Grande Madre) ridà vita alle energie solari che sgorgheranno e fluiranno scaldando tutta l’esistenza, risvegliando la vitalità, illuminando  la mente, guarendo lo spirito e contribuendo alla futura crescita estiva del nutrimento.Visualizza altro

Il giorno di Brigid

Di: Valerie Melissa

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Era la ventesima notte ed il fuoco ardeva tranquillo nel recinto circolare del bel tempio rotondo della Dea.
Le diciannove sacerdotesse dormivano serene nei loro letti. Sapevano che la Dea stessa stava vegliando, in quelle ore, la fiamma sacra
All’alba si sarebbero svegliate per celebrarLa poiché il sole nascente avrebbe illuminato il giorno che segnava il periodo del Suo risveglio come fanciulla della primavera.
Ci sarebbero stati canti, musiche, allegre danze e gioiose sfilate lungo tutto il villaggio.
Le donne più giovani avrebbero impersonato la bella Dea brillante e avrebbero portato casa per casa la bambolina di Bridie, che avrebbe benedetto con la sua fresca grazia ogni famiglia.
Si sarebbe munto il latte ed i piccoli agnellini avrebbero accompagnato la festa con i loro teneri belati.
Le sacerdotesse perciò riposavano, fiduciose.
Tutto era silenzioso e solo il fuoco scoppiettava allegramente, innalzando nell’aria il profumo resinoso del legno e accarezzando le ombre con i suoi colori vellutati.
E piano piano, poco per volta, accanto alla fiamma, come se a crearla fosse stato il fuoco stesso, prese forma una bella figura. Una fanciulla dagli occhi di brace, dolci e selvaggi. I capelli lunghissimi, impreziositi da una coroncina di fiori, le ricadevano morbidi sulla schiena e un velo candido e sottilissimo le ricopriva il bel corpo.
Si guardò intorno sorridendo.
Ravvivò il focolare e poi, prendendo tra le mani una delle fiammelle, uscì dal tempio senza far rumore.
La notte era profonda ma il cielo terso era puntellato di stelle. L’aria era ancora fresca della neve che rivestiva la terra come un manto soffice.
Il freddo era pungente ma la giovane sembrava non percepirlo ed anzi, gioiva ad ogni carezza del vento.
Era Brigid sovrana, la Dea Vergine della rinascita.
I suoi piedini si posavano sulla neve come a passo di danza ed a ogni loro tocco la terra sottostante si risvegliava scossa da un tamburellante calore.
Andò danzando di campo in campo, spargendo scintille del suo magico fuoco ovunque. Accarezzava ogni albero e al contatto con le sue mani candide i rami si riempivano di teneri boccioli e nei prati il bianco manto si scioglieva e, timidi, facevano capolino i bucaneve.
La linfa scorreva nei tronchi e sottoterra e Brigid cantava di gioia.
Tutto fremeva avvolto dalla fresca energia della giovane Dea.
Quando l’orizzonte iniziò a schiarirsi Brigid tornò felice al tempio rotondo.
In quel magico momento i primi lievi bagliori dell’aurora illuminarono i visi delle diciannove sacerdotesse che si svegliarono all’unisono.
Era ancora presto ma tutte si alzarono e quasi in punta di piedi andarono al recinto del sacro fuoco.
Nella dolce foschia dell’alba videro una leggera sagoma femminea deporre una luminosa fiammella nel focolare.
La sagoma si voltò verso di loro, sorrise e poi scomparve divenendo pura fiamma.
Le sacerdotesse, incantate e felici, si presero per mano e cantando fecero il giro degli orti e dei prati del tempio.
La rugiada del mattino imperlava i nuovi germogli e rifletteva il baluginio dei raggi rosa.
La giovane Dea era tornata.
La primavera si stava risvegliando.

 

Anna Perenna

Di: Valerie Melissa

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Chiudiamo un momento gli occhi. Immergiamoci per un po’ in un altro luogo, in un altro tempo.
Siamo in un bel frutteto illuminato dal sole.
Dolci aromi di tiglio, di fico e di ginestra si spandono nell’aria. Fronde di quercia, acero, noce e sambuco si offrono alla brezza primaverile. Il frassino e il viburno ondeggiano come danzando e gli esili salici si piegano, eleganti e nobili, su specchi d’acqua tonda.
Una fonte limpida gorgheggia allegramente.
Siamo insieme ad altre donne e sappiamo di non essere sole. Nel boschetto, tutt’attorno a noi, una forte presenza ci abbraccia e ci nutre.
Poiché siamo nel luogo sacro di Anna Perenna e la Dea è con noi.

Anna Perenna è un’antichissima Dea Italica.
Il suo culto risale talmente indietro nel tempo ed è stato tenuto così segreto che si sa molto poco sia su di esso sia sulla Dea che lo presiedeva.
Tuttavia quelle poche tracce che abbiamo ci rimandano immagini di potente bellezza e da queste possiamo partire per ricordare, ri-membrare e ri-chiamare Anna Perenna.
Il suo nome ci suggerisce molto.
La radice da cui Anna deriva la ritroviamo legata alla figura divina femminile in Europa, nel Mediterraneo, nel Vicino Oriente e oltre. Designa sempre la Dea primigenia, creatrice, Una e Molteplice.
Ha vari significati.
Potrebbe per esempio coincidere con il latino amnis: fiume o corrente.
Il legame della Dea con le acque è antico ed è presene anche in uno dei pochi miti classici che la riguardano, riportatoci da Ovidio nei Fasti, in cui Anna è sorella della regina Didone di Cartagine. Alla morte di quest’ultima Anna giunge in Italia dove sarebbe stata trasformata in una Ninfa di fiume.
La fonte inoltre era spazio importante nel suo boschetto sacro.
Anna potrebbe essere anche legato al termine sanscrito traducibile con “cibo”.
L’altro mito che la riguarda ci descrive infatti Anna Perenna come un’anziana donna della città di Bouville capace di trovare vie segrete per procurare il cibo ai plebei romani assediati dalla guerra su Monte Scaro permettendo loro di resistere all’assedio.
La Vecchia Anna sarebbe stata divinizzata dopo la sua morte per questo servizio reso al popolo.
Una Dea che nutre, una Dea Terra rigogliosa, abbondante, che provvede al nutrimento di tutti i suoi figli.
Anna infine significa anche Signora, Regina.
Perenna è nome beneaugurante, da perennare, passare bene l’anno.
Ma è anche la sua essenza costante, perenne, continua.
Un flusso costante di energia, rigogliosa e nutriente proprio come la primavera stagione in cui la Dea veniva festeggiata dalle donne alla luce della luna piena di Marzo.
Presiedeva anche ai passaggi, alla fine e all’inizio e veniva probabilmente celebrata anche al Solstizio di Inverno.
Una Signora del Grande Ciclo, della vita che sempre si rinnova e della luce che sempre cresce.
La Signora Perenne che si può raggiungere attraverso le acque, vicina alle Dee delle isole dei frutti come Avalon, l’Isola delle Donne o la Terra delle Esperidi dorate.

Anna Perenne era una Dea delle donne.
Solo a loro era concesso di entrare nel boschetto sacro e partecipare ai suoi rituali.
E su di essi le donne hanno mantenuto assoluto segreto e riserbo.
Forse perché certe esperienze sono impossibili da tradurre in parole, fanno parte della memoria del corpo, dei sensi, e dell’Anima e non possono essere razionalizzate.
Erano riti che si vivevano nell’esperienza diretta e solo in questa si potevano trasmettere e tramandare.
Tuttavia possiamo immaginarci che questi misteri riguardassero tutti la sfera femminile e il legame particolare che univa le donne alla Dea.
Probabilmente erano riti gioiosi, accompagnati da canti e danze, profondamente estatici, che mantenevano le donne collegate alla loro parte più spontanea e libera, alla loro essenza più naturale e vicina alla Dea, permettendo loro di riconoscere la Dea in loro stesse e nelle loro compagne.
La Signora Perenne insegnava forse alle donne la loro natura ciclica, i misteri del grembo, del sangue e del parto e del loro legame con le acque e con la terra e le donne, tramite Lei, diventavano consapevoli di loro stesse e del loro corpo.
Nel suo boschetto sacro si svolgeva forse anche il sacro rito dell’anasyrma, il potente atto femminile di svelare la vagina. E forse le donne mestruate danzavano e correvano nude tra gli alberi per ridonare alla terra il loro sangue e fertilizzare il terreno.
Viaggiando nei misteri femminili della Signora Perenne le sue devote arrivavano a sentire il legame che le univa non solo alla Dea ma anche alla Terra e da questo erano nutrite e per questo celebravano e ringraziavano.

Il culto e la figura di Anna Perenna rimasero vivi anche durante l’Impero Romano ma in forma diversa.
La sua festa si celebrava il 15 di Marzo sia dagli uomini che dalle donne che gioiosamente si univano, forse ancora a livello sacro, sotto le fronde del suo boschetto, scambiandosi coppe di vino e porgendo offerte alla sua fontana sacra.
I suoi festeggiamenti segnavano l’inizio dell’anno, così come l’inizio della primavera e gli uomini si porgevano vicendevolmente l’augurio di annare e perennare, di essere sempre in buona salute e di avere sempre buona fortuna
Così i suoi misteri divennero legati alla fertilità ed al buon augurio ed in questa forma i suoi riti sono attestati fin verso il II secolo dopo cristo
Col passare del tempo tuttavia si perse sempre di più la magia primordiale, il potere iniziatico e l’originario legame con le donne di Anna Perenna
Infatti i ritrovamenti presso il suo luogo sacro a Roma, situato lungo il quinto miglio della via Flaminia, ci suggeriscono che dal IV secolo dopo cristo in avanti il suo culto divenne carico di elementi magici inquietanti con incantesimi e formule tesi a maledire e a legare a sé l’amore in modo impositivo ed innaturale.

Riapriamo gli occhi.
Torniamo nel nostro spazio, nel nostro tempo.
E anche se davanti a noi non c’è più il magico frutteto ancora sentiamo i suoi aromi, e le braccia della Signora Nutriente ancora ci circondano. Lei è ancora con noi e probabilmente c’è sempre stata.
Sussurriamo il suo nome… Anna Perenna… e ricominciamo a sperimentare i suoi misteri, iscritti nell’antica memoria del nostro corpo di donne.

FONTI:
“Il santuario della musica e il bosco sacro di Anna Perenna” edizioni Electa
“Figure di donna”, Patricia Monaghan, Red Edizioni
“Religione Mediterranea”, Uberto Pestalozza, Cisalpino-Goliardica
“Manoscritto sapienziale femminile”, Edizioni della Terra di Mezzo

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